Il vino biologico rallenta:
tra costi, rischi produttivi e cambiamento climatico
molte aziende rivedono le strategie

Negli ultimi anni il vino biologico è stato uno dei fenomeni più discussi del settore vitivinicolo. Tuttavia, dietro la crescita dell’attenzione da parte dei consumatori, molte aziende stanno oggi affrontando una realtà produttiva più complessa di quanto si immaginasse inizialmente.

Secondo diversi operatori del settore, il biologico resta un obiettivo importante, ma non sempre facile da sostenere dal punto di vista agronomico ed economico. Le difficoltà legate al cambiamento climatico, ai costi di gestione e ai limiti tecnici imposti dai disciplinari stanno portando alcune cantine a rivedere il proprio approccio.

I limiti produttivi del biologico

Uno dei problemi principali riguarda la gestione delle malattie della vite. Nella viticoltura biologica il numero di prodotti autorizzati per la difesa è limitato e spesso meno performante rispetto a quelli di sintesi utilizzati nell’agricoltura convenzionale o integrata.

Questo significa che il lavoro in vigneto richiede:

  • un monitoraggio continuo delle condizioni meteorologiche
  • interventi preventivi più frequenti
  • un maggiore numero di passaggi in campo

 

In annate particolarmente piovose il rischio di perdita della produzione può diventare significativo. I trattamenti autorizzati, come quelli a base di rame, hanno inoltre limiti di dosaggio e una minore persistenza sulla pianta, rendendo necessario intervenire più volte.

Questa dinamica comporta non solo costi più elevati, ma anche effetti indiretti sull’ambiente: più passaggi con il trattore significano maggior consumo energetico, emissioni e compattamento del suolo.

Cambiamento climatico e nuovi equilibri

Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha reso la gestione del vigneto ancora più complessa. Le piogge intense concentrate in brevi periodi e l’aumento della pressione delle malattie fungine rendono la conduzione biologica più rischiosa, soprattutto in territori meno vocati.

Per questo motivo alcune aziende stanno orientando parte delle superfici verso modelli di difesa integrata, che consentono un maggiore margine di intervento nei momenti critici e permettono di salvaguardare la produzione nelle annate più difficili.

Il biologico, in altre parole, può funzionare molto bene in territori con caratteristiche favorevoli – buona ventilazione, suoli drenanti, esposizione adeguata – ma può risultare più fragile in aree meno adatte alla viticoltura biologica.

Un mercato ancora poco maturo

Sul fronte del mercato, inoltre, persiste una certa confusione nella percezione del consumatore. La domanda di prodotti sostenibili cresce, ma spesso non è accompagnata da una reale disponibilità a pagare prezzi più elevati.

Un’altra convinzione diffusa – quella secondo cui un vino biologico sia automaticamente migliore dal punto di vista qualitativo – non trova sempre riscontro nella realtà. La qualità percepita continua infatti a dipendere da molti fattori: territorio, vitigno, competenze enologiche e coerenza del progetto produttivo.

Verso un approccio più equilibrato

In questo scenario molte aziende stanno adottando una strategia più pragmatica: mantenere pratiche agronomiche sostenibili e ridurre l’impatto ambientale, ma senza rinunciare agli strumenti tecnici necessari per garantire la stabilità della produzione.

La ricerca scientifica gioca un ruolo fondamentale in questa evoluzione. Nuovi formulati a base naturale, microrganismi antagonisti, selezione di varietà più resistenti alle malattie e sistemi di monitoraggio avanzati potrebbero contribuire nei prossimi anni a rendere la viticoltura sostenibile più efficace e meno rischiosa.

Il futuro del biologico, secondo molti operatori, non dipenderà solo dalle scelte dei produttori, ma anche da una maggiore integrazione tra ricerca, politiche agricole e strategie di mercato.

Contenuti rielaborati da un articolo pubblicato su Gambero Rosso.

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