Podere Casanova sperimenta un sistema basato su anolyte e zeolite che ha ridotto sensibilmente l’impiego di rame. Un caso che invita il settore a misurare la sostenibilità non soltanto attraverso le regole, ma partendo dall’impatto reale in vigneto.
Il biologico non sarebbe in crisi, ma avrebbe urgente bisogno di evolversi. È la posizione di Susanna Ponzin e Isidoro Rebatto di Podere Casanova, azienda vitivinicola nel territorio di Montepulciano, che dal 2017 sperimenta un metodo alternativo per contrastare la peronospora riducendo drasticamente l’impiego di rame.
Il risultato dichiarato è significativo: tra 700 e 900 grammi per ettaro all’anno, contro il limite massimo di 4 chilogrammi previsto dalla normativa europea per la viticoltura biologica.
Una differenza che apre una questione scomoda: il rispetto del disciplinare è sufficiente per definire realmente sostenibile una produzione?
Il paradosso del rame nel biologico
I composti a base di rame rappresentano uno degli strumenti più utilizzati nella difesa biologica della vite dalle malattie fungine. Sono ammessi dalla normativa, ma il rame resta un metallo pesante: non si degrada e, con il tempo, può accumularsi nel terreno e raggiungere le falde acquifere.
Il problema diventa particolarmente evidente nelle annate piovose, quando la pressione della peronospora richiede trattamenti frequenti. All’impatto del prodotto si aggiungono quello dei ripetuti passaggi con i mezzi agricoli, il consumo di carburante e il possibile compattamento del terreno.
La provocazione di Podere Casanova nasce proprio da questa contraddizione: un metodo può essere formalmente biologico e, contemporaneamente, produrre conseguenze ambientali difficili da conciliare con il concetto di sostenibilità.
La sperimentazione con anolyte e zeolite
- l’anolyte, una soluzione a base di acido ipocloroso dotata di un’elevata azione sanificante;
- la zeolite, un minerale naturale di origine vulcanica che protegge la soluzione dalla luce e ne prolunga l’efficacia.
Il 2023 e la scelta di non produrre
Il banco di prova più difficile è arrivato nel 2023, quando la pressione eccezionale della peronospora ha colpito numerosi territori viticoli italiani.
Podere Casanova ha scelto di interrompere la produzione dell’annata anziché aumentare sensibilmente i trattamenti, ritenendo che la qualità finale sarebbe stata insufficiente e l’impatto ambientale incompatibile con il proprio progetto.
Una decisione economicamente pesante, resa possibile dalla disponibilità di vini delle vendemmie precedenti e dal fatto che la viticoltura non rappresenta l’unica attività dell’impresa. Gli stessi titolari riconoscono che, per un’azienda dipendente interamente dalla produzione annuale, rinunciare alla vendemmia potrebbe non essere sostenibile.
Ed è proprio qui che emerge il nodo centrale: la sostenibilità ambientale deve necessariamente confrontarsi con quella economica.
Certificazione o impatto reale?
Il caso di Podere Casanova mette in discussione l’idea che una certificazione possa, da sola, garantire la sostenibilità di un prodotto.
La normativa stabilisce quali strumenti siano consentiti e in quali quantità. Ma il semplice rispetto dei limiti non misura automaticamente gli effetti complessivi sul terreno, sull’acqua, sulle emissioni e sulla capacità dell’impresa di restare economicamente attiva.
Da qui la necessità di spostare l’attenzione:
- dalla conformità formale ai risultati misurabili;
- dalla distinzione rigida tra naturale e sintetico alla biodegradabilità effettiva;
- dalla singola annata alla salute del vigneto nel lungo periodo;
- dalla certificazione come traguardo alla ricerca come processo continuo.
Innovare resta difficile
Nonostante i risultati ottenuti, Podere Casanova segnala una scarsa disponibilità del settore a sperimentare il metodo. I tentativi di coinvolgere associazioni, consorzi, agronomi e altre aziende non avrebbero prodotto, finora, una diffusione significativa.
L’azienda ha provato anche il chitosano, sostanza che crea una pellicola sul fungo e agisce per asfissia. Il sistema si sarebbe dimostrato efficace, ma economicamente proibitivo: il costo indicato arriva a circa 4mila euro per ettaro a trattamento.
Il confronto evidenzia un problema più ampio. Le alternative esistono, ma devono essere validate, accessibili e applicabili su differenti scale produttive. Senza ricerca condivisa e investimenti, l’innovazione rischia di restare confinata alle sperimentazioni di poche aziende.
Il biologico del futuro dovrà superare le etichette
Secondo Rebatto, l’Europa potrebbe presto rivedere al ribasso i limiti consentiti per il rame. La normativa dovrebbe inoltre aprirsi a prodotti biodegradabili di nuova generazione, valutandoli in base al loro impatto effettivo e non soltanto alla distinzione tra origine naturale e sintetica.
La questione non è abbandonare il biologico, ma renderlo più coerente con le promesse che comunica al consumatore.
Per le aziende vitivinicole, questa evoluzione comporterà maggiori investimenti in ricerca, controllo e trasparenza. Significherà anche raccontare la sostenibilità con dati verificabili, evitando che termini come “biologico” e “green” si riducano a semplici argomenti di marketing.
Perché il disciplinare stabilisce ciò che è consentito. Ma la vera sostenibilità comincia da ciò che si sceglie di fare, anche quando nessuna norma lo impone.
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Contenuti rielaborati da un articolo pubblicato su Gambero Rosso.