Vino biologico, la certificazione non basta:
la sostenibilità deve cambiare strada

Podere Casanova sperimenta un sistema basato su anolyte e zeolite che ha ridotto sensibilmente l’impiego di rame. Un caso che invita il settore a misurare la sostenibilità non soltanto attraverso le regole, ma partendo dall’impatto reale in vigneto.

Il biologico non sarebbe in crisi, ma avrebbe urgente bisogno di evolversi. È la posizione di Susanna Ponzin e Isidoro Rebatto di Podere Casanova, azienda vitivinicola nel territorio di Montepulciano, che dal 2017 sperimenta un metodo alternativo per contrastare la peronospora riducendo drasticamente l’impiego di rame.

Il risultato dichiarato è significativo: tra 700 e 900 grammi per ettaro all’anno, contro il limite massimo di 4 chilogrammi previsto dalla normativa europea per la viticoltura biologica.

Una differenza che apre una questione scomoda: il rispetto del disciplinare è sufficiente per definire realmente sostenibile una produzione?

Il paradosso del rame nel biologico

I composti a base di rame rappresentano uno degli strumenti più utilizzati nella difesa biologica della vite dalle malattie fungine. Sono ammessi dalla normativa, ma il rame resta un metallo pesante: non si degrada e, con il tempo, può accumularsi nel terreno e raggiungere le falde acquifere.

Il problema diventa particolarmente evidente nelle annate piovose, quando la pressione della peronospora richiede trattamenti frequenti. All’impatto del prodotto si aggiungono quello dei ripetuti passaggi con i mezzi agricoli, il consumo di carburante e il possibile compattamento del terreno.

La provocazione di Podere Casanova nasce proprio da questa contraddizione: un metodo può essere formalmente biologico e, contemporaneamente, produrre conseguenze ambientali difficili da conciliare con il concetto di sostenibilità.

La sperimentazione con anolyte e zeolite

Il progetto è stato avviato nel 2017 in collaborazione con Envirolyte. Il sistema combina due elementi:
  • l’anolyte, una soluzione a base di acido ipocloroso dotata di un’elevata azione sanificante;
  • la zeolite, un minerale naturale di origine vulcanica che protegge la soluzione dalla luce e ne prolunga l’efficacia.
L’anolyte, caratterizzato da un pH pari a 5, favorirebbe la trasformazione dell’ossido rameoso in ione rameico, consentendo di ottenere efficacia con quantità di rame molto inferiori rispetto ai trattamenti tradizionali. La zeolite interviene invece sulla fotosensibilità della soluzione, aumentandone la persistenza. Dopo una prima fase condotta su singole foglie e piccoli filari, il metodo è stato esteso ai circa 17 ettari vitati dell’azienda. I trattamenti vengono effettuati indicativamente ogni sei o sette giorni. Secondo i titolari, la soluzione è biodegradabile e non presenta particolari controindicazioni. L’ostacolo principale resta il costo iniziale dell’impianto, che potrebbe limitarne l’adozione soprattutto nelle aziende meno strutturate.

Il 2023 e la scelta di non produrre

Il banco di prova più difficile è arrivato nel 2023, quando la pressione eccezionale della peronospora ha colpito numerosi territori viticoli italiani.

Podere Casanova ha scelto di interrompere la produzione dell’annata anziché aumentare sensibilmente i trattamenti, ritenendo che la qualità finale sarebbe stata insufficiente e l’impatto ambientale incompatibile con il proprio progetto.

Una decisione economicamente pesante, resa possibile dalla disponibilità di vini delle vendemmie precedenti e dal fatto che la viticoltura non rappresenta l’unica attività dell’impresa. Gli stessi titolari riconoscono che, per un’azienda dipendente interamente dalla produzione annuale, rinunciare alla vendemmia potrebbe non essere sostenibile.

Ed è proprio qui che emerge il nodo centrale: la sostenibilità ambientale deve necessariamente confrontarsi con quella economica.

Certificazione o impatto reale?

Il caso di Podere Casanova mette in discussione l’idea che una certificazione possa, da sola, garantire la sostenibilità di un prodotto.

La normativa stabilisce quali strumenti siano consentiti e in quali quantità. Ma il semplice rispetto dei limiti non misura automaticamente gli effetti complessivi sul terreno, sull’acqua, sulle emissioni e sulla capacità dell’impresa di restare economicamente attiva.

Da qui la necessità di spostare l’attenzione:

  • dalla conformità formale ai risultati misurabili;
  • dalla distinzione rigida tra naturale e sintetico alla biodegradabilità effettiva;
  • dalla singola annata alla salute del vigneto nel lungo periodo;
  • dalla certificazione come traguardo alla ricerca come processo continuo.

Innovare resta difficile

Nonostante i risultati ottenuti, Podere Casanova segnala una scarsa disponibilità del settore a sperimentare il metodo. I tentativi di coinvolgere associazioni, consorzi, agronomi e altre aziende non avrebbero prodotto, finora, una diffusione significativa.

L’azienda ha provato anche il chitosano, sostanza che crea una pellicola sul fungo e agisce per asfissia. Il sistema si sarebbe dimostrato efficace, ma economicamente proibitivo: il costo indicato arriva a circa 4mila euro per ettaro a trattamento.

Il confronto evidenzia un problema più ampio. Le alternative esistono, ma devono essere validate, accessibili e applicabili su differenti scale produttive. Senza ricerca condivisa e investimenti, l’innovazione rischia di restare confinata alle sperimentazioni di poche aziende.

Il biologico del futuro dovrà superare le etichette

Secondo Rebatto, l’Europa potrebbe presto rivedere al ribasso i limiti consentiti per il rame. La normativa dovrebbe inoltre aprirsi a prodotti biodegradabili di nuova generazione, valutandoli in base al loro impatto effettivo e non soltanto alla distinzione tra origine naturale e sintetica.

La questione non è abbandonare il biologico, ma renderlo più coerente con le promesse che comunica al consumatore.

Per le aziende vitivinicole, questa evoluzione comporterà maggiori investimenti in ricerca, controllo e trasparenza. Significherà anche raccontare la sostenibilità con dati verificabili, evitando che termini come “biologico” e “green” si riducano a semplici argomenti di marketing.

Perché il disciplinare stabilisce ciò che è consentito. Ma la vera sostenibilità comincia da ciò che si sceglie di fare, anche quando nessuna norma lo impone.

 

Contenuti rielaborati da un articolo pubblicato su Gambero Rosso.

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