Rosati italiani, inseguire la Provenza non basta.
La vera sfida è costruire un’identità

Il mercato mondiale del rosé continua a crescere e sempre più denominazioni italiane introducono la tipologia nei disciplinari. Ma trasformare un rosso in rosato non è una strategia: servono vigneti dedicati, uno stile riconoscibile e un posizionamento capace di creare valore.

Il rosso rallenta, mentre il rosato fermo conquista nuovi spazi. Secondo le analisi di Reanin, il mercato mondiale del rosé potrebbe superare i 5 miliardi di dollari entro il 2032, con una crescita annua superiore al 5%.

Di fronte a questi numeri, anche le denominazioni italiane si stanno muovendo. La Docg Chianti ha introdotto il Chianti Rosé, prodotto con almeno il 50% di Sangiovese, mentre altre realtà tradizionalmente legate ai rossi potrebbero seguire la stessa strada.

Ma inserire una nuova tipologia nel disciplinare non garantisce il successo commerciale. Il rischio è pensare al rosato come a una soluzione per compensare le difficoltà dei vini rossi, anziché come a un prodotto con una propria identità.

Il rosato non può essere un ripiego

Per molto tempo, in Italia, il rosato è stato considerato un prodotto secondario: talvolta ottenuto con la tecnica del salasso, sottraendo una parte del mosto destinato ai rossi, oppure utilizzando vendemmie anticipate e uve non selezionate per un progetto specifico.

Oggi questo approccio non è più sufficiente.

Un rosato di qualità richiede competenze enologiche dedicate, tecnologie precise e investimenti importanti. Come sottolinea Mattia Vezzola, produttore in Valtènesi, in Italia è mancata una vera scuola del rosato paragonabile a quella sviluppata in Provenza, dove ricerca, formazione e sperimentazione hanno contribuito a costruire uno standard produttivo riconoscibile.

La provocazione, allora, è inevitabile: si vuole produrre un vero rosato oppure soltanto un vino rosso più chiaro?

La Provenza vende uno stile, ma soprattutto un immaginario

Il successo dei rosati provenzali non dipende soltanto dal colore pallido, dalla leggerezza o dal profilo aromatico. La Francia ha costruito nel tempo un posizionamento preciso, associando il rosé alla Costa Azzurra, alla convivialità e a un immaginario internazionale glamour e premium.

Packaging, forma delle bottiglie, identità visiva e investimenti nel marketing hanno trasformato il rosato provenzale in uno status symbol facilmente riconoscibile. Il modello presenta anche dei limiti: la ricerca di uno stile uniforme ha prodotto vini talvolta corretti e gradevoli, ma poco originali. Sul piano commerciale, tuttavia, la Provenza continua a dettare le regole della categoria.

Copiarne il colore non basta. Per competere bisogna comprendere il lavoro strategico costruito attorno al prodotto.

La qualità deve partire dal vigneto

La nuova frontiera del rosato italiano passa dalla viticoltura dedicata. Non sempre è sufficiente riconvertire vigneti precedentemente destinati ai rossi: esposizione, microclima, vitigno, selezione clonale e maturazione delle uve devono essere coerenti con lo stile che si vuole ottenere.

Sull’Etna, per esempio, diversi produttori scelgono vigneti collocati sui versanti più freschi e boschivi, dove Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio raggiungono naturalmente una minore concentrazione. Il rosato nasce così da una precisa scelta agronomica, non dalla necessità di trovare un’altra destinazione alle uve.

È un cambio di prospettiva fondamentale: prima viene il progetto, poi il prodotto.

Valtènesi: non vendere un colore, ma un territorio

Le denominazioni con una storia consolidata possono indicare una strada diversa. Il Valtènesi non si propone semplicemente come “vino rosa”, ma come espressione di un territorio, delle sue uve e della sua cultura.

Secondo Paolo Pasini, presidente del Consorzio Valtènesi, le denominazioni storiche del rosato – dal Bardolino al Cerasuolo d’Abruzzo, dal Castel del Monte al Cirò – dovrebbero lavorare insieme per valorizzare le rispettive origini.

Il principio è netto: il consumatore non dovrebbe scegliere soltanto un colore, ma riconoscere un’identità. Una strategia che permette di uscire dal confronto basato sul prezzo e di costruire un posizionamento più solido nel tempo.

Il Cerasuolo dimostra che si può andare controcorrente

Il Cerasuolo d’Abruzzo rappresenta un caso particolarmente interessante. Ottenuto da Montepulciano, si presenta con un colore intenso, una struttura decisa e una spiccata vocazione gastronomica: caratteristiche quasi opposte rispetto al modello provenzale.

Anziché imitare il rosé pallido, il disciplinare ha difeso una precisa tonalità cerasa, trasformandola in un elemento identitario. L’obiettivo non è competere soltanto con i bianchi o con gli altri rosati, ma occupare parte dello spazio lasciato libero dai rossi più strutturati.

La strategia sembra produrre risultati. Secondo i dati Nomisma citati dal Consorzio Vini d’Abruzzo, il Cerasuolo è cresciuto nella grande distribuzione del 2,8% a valore e dello 0,3% a volume. A diminuire sono soprattutto le vendite delle referenze più economiche, mentre avanzano le fasce medio-alte.

Il dato più importante non riguarda quindi soltanto le quantità: il consumatore sta riconoscendo al prodotto un valore maggiore.

Anche l’etichetta deve dichiarare il posizionamento

Se il rosato italiano vuole uscire dalla categoria del vino stagionale o di ripiego, anche la sua presentazione deve comunicare un progetto preciso.

Un rosato premium non può affidarsi a un’immagine generica, né limitarsi a imitare i codici estetici provenzali. Naming, bottiglia, etichetta, materiali ed effetti visivi o tattili devono tradurre l’identità del territorio e rendere credibile il posizionamento scelto.

Per le aziende vitivinicole si apre quindi un’opportunità progettuale: utilizzare grafica, stampa e finiture non come semplice decorazione, ma per rendere immediatamente riconoscibili origine, stile e fascia di valore. È un terreno sul quale l’esperienza di Grafiche Noventa nella progettazione e nella stampa serigrafica di etichette premium può affiancare le cantine nella costruzione di un’identità distintiva e coerente.

La lezione per i produttori

Il mercato offre un’opportunità, ma non una scorciatoia. Aggiungere un rosato alla gamma perché i rossi vendono meno rischia di generare un prodotto privo di identità e facilmente sostituibile.

I casi di Valtènesi e Cerasuolo d’Abruzzo suggeriscono una strada più impegnativa, ma anche più solida: partire dal vigneto, definire uno stile, raccontare il territorio e costruire un’immagine capace di sostenerne il valore.

Perché il rosato può essere rosa. Ma non può essere sbiadito.

 

Contenuti rielaborati da un articolo pubblicato su Gambero Rosso.

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