Vini no alcol: moda passeggera o
nuova linea di business?
Chi investe davvero in Italia

Dal Veneto alla Puglia, gruppi industriali, cooperative e tecnologie accelerano sul segmento no-low: ma il mercato interno resta ancora tutto da costruire

Il mercato dei vini no e low alcohol in Italia è ancora in una fase iniziale, ma gli investimenti e i progetti industriali raccontano un settore in rapido movimento. Dopo il via libera normativo arrivato negli ultimi mesi, diverse aziende hanno iniziato a strutturare una vera filiera nazionale della dealcolazione.

Se sul fronte dei consumi i numeri restano contenuti – nella grande distribuzione circolano ancora poche centinaia di migliaia di bottiglie – sul piano produttivo si registra un’accelerazione significativa, con investimenti che coinvolgono grandi gruppi, cooperative e fornitori di tecnologie.

Una mappa che parte dal Nord

Le prime iniziative si concentrano soprattutto nel Nord Italia, in particolare in Veneto, dove si concentrano competenze tecniche, infrastrutture e filiere già consolidate.

Tuttavia, segnali di sviluppo arrivano anche da altre aree, dal Piemonte all’Emilia-Romagna fino alla Puglia, dove stanno nascendo i primi impianti nel Mezzogiorno.

L’obiettivo è duplice: da un lato intercettare un trend internazionale in crescita, dall’altro trattenere in Italia una fase produttiva che fino a oggi veniva spesso realizzata all’estero, soprattutto in Germania e Spagna.

I principali player in campo

Il settore vede il coinvolgimento di attori molto diversi tra loro:

 

  • grandi gruppi industriali come Argea, che ha avviato investimenti per impianti dedicati
  • cooperative come Caviro, che puntano a produzioni su scala industriale
  • aziende private e cantine, tra cui Pizzolato, impegnate in progetti più mirati
    operatori contoterzisti
  • nuove realtà specializzate nella dealcolazione

 

A questi si affiancano i fornitori di tecnologie, protagonisti di una fase di innovazione che riguarda processi come l’osmosi e la distillazione sottovuoto.

Tra industria e sperimentazione

Accanto ai grandi investimenti, il settore è caratterizzato da una forte componente sperimentale.

Consorzi e centri di ricerca stanno lavorando su progetti dedicati ai vitigni autoctoni e alle tecniche di produzione, con l’obiettivo di trovare un equilibrio tra innovazione tecnologica e identità del prodotto.

L’attenzione è rivolta in particolare alla qualità finale, ancora oggi uno dei principali nodi da sciogliere: mantenere profumi, struttura e stabilità del vino dopo la rimozione dell’alcol rappresenta una sfida tecnica complessa.

Il nodo del mercato: consumatore e posizionamento

Se dal lato produttivo il settore si muove rapidamente, il mercato italiano resta ancora in una fase embrionale.

Il principale ostacolo è rappresentato dalla percezione del consumatore, che fatica a riconoscere il vino dealcolato come una categoria con un proprio valore.

Per questo motivo, secondo diversi operatori, lo sviluppo del segmento passerà anche da:

  • una maggiore chiarezza nella comunicazione
  • un lavoro sul posizionamento del prodotto
  • strategie di marketing e packaging dedicate

 

Nei mercati più maturi, come quello tedesco, la categoria è già consolidata, mentre in Italia sarà necessario costruire gradualmente una cultura di consumo.

Tecnologia e scenari futuri

Sul piano tecnologico, le aziende stanno investendo in impianti sempre più avanzati e modulari, che permettono di gestire la dealcolazione su diverse scale produttive.

Nel breve periodo, gli operatori prevedono una crescita più significativa dei prodotti low alcohol, considerati più vicini alle abitudini di consumo attuali.

Guardando al futuro, la dealcolazione potrebbe aprire anche a nuove categorie di prodotto, legate al benessere e alla funzionalità, come bevande fermentate, a basso contenuto alcolico o con caratteristiche nutrizionali specifiche.

Un mercato ancora da costruire

Il comparto no-low rappresenta oggi una delle principali aree di sviluppo del settore beverage, ma la sua evoluzione in Italia dipenderà dalla capacità di integrare produzione, tecnologia e comunicazione.

Per le aziende vitivinicole, la sfida sarà capire se e come inserire questa categoria nella propria offerta, costruendo un posizionamento coerente con il brand e con le aspettative del mercato.

Contenuti rielaborati da un articolo pubblicato su Gambero Rosso.

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